Testimonianze del 15 ottobre – Roma 2011
ottobre 17, 2011 in News, Politica, sociale, Testimonianze del 15 ottobre, Video
Dal Sito DemocraziaKm0 – 15 ottobre, il giorno dopo [16 ottobre 2011 - 15:13] e da Facebook!
IMPRESSIONI, RACCONTI & TESTIMONIANZE di chi è stato alla manifestazione romana del 15 ottobre. Le testimonianze di Andrea Morniroli, Sergio Sinigaglia, Anna Pizzo, Pierluigi Sullo, Mario Pezzella, Karmen Salvo e Alessandro Pasotto.
Chiunque voglia aggiungere le sue annotazioni è invitato a farlo.
di ANDREA MORNIROLI
Tornando da Roma, dalla manifestazione degli “indignati”, mi sono chiesto se esserci stato, averla in qualche modo promossa insieme a decine di altri, fosse stato un bene o tutto sommato un errore. Provo a spiegare perché, alla fine, rimango convinto che è stata un bene che ci sia stata.
Intanto, la manifestazione ha dato chiaramente l’idea di quanto sia vasto, e trasversale il popolo che non ne può più e si ribella ad un’economia e ad un sistema finanziario sempre più selvaggio, che vorrebbe tradurre tutto in merce e mercato, ad iniziare dalle persone, dalla loro salute, dai beni comuni e dal patrimonio pubblico. Un popolo che, parallelamente, tende ad autorappresentarsi, a trovare forme proprie e nuove di politica e rappresentanza; che rifiuta la delega in bianco ai partiti e che anzi ne coglie fino in fondo la crisi che per certi versi, almeno dal mio punto di vista, appare irreversibile.
Credo sia stata la prima volta a Roma, dopo tanti anni, che vedo sfilare alla testa di un corteo migliaia di persone senza che vi sia qualche vecchio o nuovo leader a farsi fotografare. Senza che vi siano bandiere di partito alzate più che per appartenenza per il desiderio di etichettare, rappresentare. E’ stato bellissimo veder sfilare in modo libero, variopinto, degnamente arrabbiato ma allo stesso tempo capace di creatività e proposta, uomini e donne dietro agli striscioni del movimento per l’acqua pubblica, i cittadini e delle cittadine dell’Aquila, le bandire dei No Tav della Val di Susa e dei No Ponte di Messina. Mischiati spesso agli studenti e ai collettivi femministi (tra questi uno con uno striscione geniale: “Eva contro IVA) e quelli del movimento Glbt.
E allo stesso tempo mi ha impressionato (e questo è un secondo punto che mi fa dire che la manifestazione è stata positiva) vedere la stragrande maggioranza del corteo impegnata, a volte anche in modo “fisico”, a ribellarsi e cercare di cacciare chi tentava (alla fine purtroppo riuscendoci) di spezzare il corteo, di riportarlo indietro nel tempo, nelle logiche vecchie e anacronistiche dello scontro violento. Una consapevolezza forte che le forme del nuovo hanno a che fare geneticamente con la non violenza, con la disobbedienza alle leggi ingiuste, con l’obiezione di coscienza. Con la capacità di auto-organizzazione e di auto-rappresentanza attiva e partecipata e non certo con lo scontro fisico.
Quello che mi colpisce dei cosiddetti incappucciati (chiunque essi siano, infiltrati o no) non è solo la ricerca spasmodica della violenza, come se solo in questo ci potessero essere la ribellione e l’emancipazione, ma anche la vigliaccheria di utilizzare le altre migliaia di persone in piazza per nascondersi e confondere, fottendosene se poi, al momento dello scontro, chi ci va di mezzo sono quelli che non c’entrano, quelli che sono li a manifestare in altri modi e con altri metodi. Mi hanno colpito le lacrime della commessa filippina del negozio di alimentari che forse per primo è stato assalito e devastato, che immobile assisteva, dall’interno, alla frantumazione delle vetrine. Nel senso di colpa per quelle lacrime ci deve stare tutta la nostra distanza politica e culturale da chi usa quei metodi come propria espressione del dissenso
Da quei metodi dobbiamo imparare a prendere le distanze, senza se e senza ma. E se non riusciamo ad evitare la loro presenza, dobbiamo magari pensare a forme di mobilitazione nazionale altre, in cui prevalgano creatività e comunicazione simbolica.
Allo stesso modo va detto che come a Genova parte delle forze dell’ordine ci hanno messo del loro. Come allora per tutto il corteo si è lasciato che i piccoli gruppi di incappucciati agissero indisturbati per poi caricarli a Piazza San Giovanni, tra la folla enorme che non c’entrava nulla. In altre parole, qualcuno dovrà spiegare come è possibile che le forze di polizia, che insieme ai servizi sicuramente erano al corrente da settimane di tutto quello che era in preparazione in tutta Italia, abbiano lasciato partecipare e scorazzare liberamente nel corteo 500, 1000 persone incappucciate, tutte vestite nella stessa identica maniera, con le stesse spranghe e le stesse mazze.
Ma in ultimo va detto ed evidenziato, al di là di ogni altra considerazione, che quella di ieri è stata una grande manifestazione di popolo. Una manifestazione, come dice Norma Rangeri sul manifesto, “imponente, rumorosa, creativa e combattiva. Una manifestazione politica, con poche bandiere di partito, ma ricca di voci, esperienze sociali”. Una manifestazione che a livello nazionale come su quello locale deve aprire un percorso, forse difficile e contraddittorio, ma che chiede con forza una nuova politica e un’altra economia
di SERGIO SINIGAGLIA
Carissimi/e, alcune brevi considerazioni sulla giornata di sabato 15.
Probabilmente, finché il ministero degli interni sarà gestito da un fascista e continuerà a passare la linea “genovese” della piazza, visto che a San Giovanni, dove ero, sono state attaccate migliaia di persone che stavano aspettando tranquillamente l’arrivo del resto del corteo, e finché c’è chi pensa che debba essere una manifestazione nazionale l’ambito dove proporre modalità di conflitto, comunque non accettabili per diversi motivi, anche se in effetti le sedi della criminale finanza andrebbero chiuse come associazioni a delinquere, ma una sfigata filiale di banca è un’altra cosa… finché sarà questa la situazione di fronte a mobilitazioni di carattere generale, sarebbe il caso di pensare, come hanno fatto in Spagna, a manifestazioni “spalmate” sui vari territori che, cosa non secondaria, coinvolgono molta più gente.
Queste le prime considerazioni che mi sento di fare.
Infine non se ne può più delle beghe da bottega tra le organizzazioni: perché dietro i casini di ieri c’è anche questo…
di ANNA PIZZO
Chi erano e quanti erano i “saccheggiatori” dei luoghi e delle idee che (si presumeva) dovessero appartenere a tutti, senza distinzione, e che a Roma hanno sfasciato quel fragile origami dei cosiddetti “movimenti” che qualcuno pensava di poter avviare a nuova vita grazie alla giornata mondiale di mobilitazione del 15 ottobre?
In tanti, il giorno dopo, si fanno questa domanda. E tutti tentano di darsi una risposta: erano black block, no erano provocatori, no erano infiltrati, no erano disperati delle borgate, no erano fascisti, no erano “compagni che sbagliano”. A domanda insufficiente, risposte insufficienti. Cosicché, tutti tirano un respiro di sollievo perché i giornali sono stati clementi e hanno saputo distinguere il grano dal loglio e si va avanti. Magari condannando, magari deplorando o perfino con qualche vaghissimo accento di autocritica. Ma appena appena perché, in definitiva, Roma il 15 ottobre si è riempita oltre ogni speranza e questo non era affatto scontato.
A questo punto arriva, puntuale come la pioggia, la seconda domanda: chi li ha “portati” quei duecentomila (o trecentomila o cinquecentomila)? Se si obietta che non li ha portati nessuno perché sono venuti con le loro gambe, pagando il biglietto del treno o del pullman, lo sguardo diventa distratto, quasi assente. A nascondere la convinzione che sia stata detta una cosa un po’ qualunquista e che dietro alla “gente”, o davanti alle “masse” (che è lo stesso), c’è sempre una leadership, magari solo “di servizio” e, tuttavia, essenziale al buon funzionamento della macchina. Quale macchina, chiede qualcuno? Quella del dissenso, quella che “da sempre” è in grado di produrre “quadri”, servizi d’ordine, striscioni (dietro ai quali si sta sempre più scomodi), documenti, appelli, riunioni. Così, è inevitabile che qualcuno rimpianga le belle manifestazioni di una volta, con gli spezzoni ben differenziati, le parole d’ordine ben riconoscibili, le proprie bandiere ed energiche “strutture di controllo della piazza”. Allora sì che cose come quelle di ieri non sarebbero potute accadere.
Questa volta, invece, a prendere per la collottola qualche “saccheggiatore” e sbatterlo fuori dal corteo o – perfino – consegnarlo ai celerini, sono stati cittadini armati solo di una discreta prestanza fisica e molta rabbia. Ed è inevitabile che altri commentino, scuotendo la testa, che “ecco a cosa porta la critica nei confronti delle organizzazioni, ecco i risultati dell’ondata di antipolitica dilagante”. Non accorgendosi neppure che quel gesto, fino ad allora inedito e perfino estraneo alle culture “dei movimenti” e alquanto riprovevole, segnala sì, certo, una esasperazione che rasenta la disperazione ma, assieme, la necessità di mettersi in gioco e la volontà di autorappresentarsi e quindi di autodeterminarsi.
La manifestazione era stata indetta perché a tre anni dall’inizio “ufficiale” della recessione mondiale, e nonostante le rassicurazioni bugiarde e stupide di economisti, governi e politici, le cittadine e i cittadini del mondo intero volevano mostrare la propria “indignazione” per le condizioni di vita di ambiti sempre più vasti di popolazione sempre più in caduta libera. Ma alla recessione finanziaria ed economica (non ci voleva un veggente per prevederlo) si è sommata una recessione culturale e politica di dimensioni altrettanto ampie e non meno preoccupanti dell’altra che si è ben rivelata nel corso di ciò che è accaduto nel corso della manifestazione del 15 ottobre a Roma.
Qualcuno dice che in realtà si è trattato di una resa dei conti tra “fazioni” dell’estremismo nostrano l’una contro l’altra armata attorno all’”osso” di una sorta di moderno “compromesso storico” che, a dire di alcuni, si starebbe consumando in favore della rinascita di un centro sinistra in grado di contrastare il governo Berlusconi offrendo seggi in parlamento.
Non ho intenzione di addentrarmi oltre in questo terreno torbido e scivoloso. Sono però sempre più convinta che se dalla recessione finanziaria si uscirà solo se si avrà la capacità di schiacciare i castelli di carte del sistema economico e della cosiddetta crescita, così dalla recessione politica e culturale non si uscirà sostituendo alle vecchie forme della rappresentanza forme nuove ma con l’autogoverno territoriale, verso forme di democrazia comunitaria.
Una delle 951 città in cui si è manifestato il 15 ottobre era Roma, capitale di uno degli 82 paesi in cui è stato accolto l’appello promosso dal movimento spagnolo degli “indignados”. Di fatto, si è protestato in tutto il mondo: per la seconda volta nella storia, dopo la manifestazione globale del 15 febbraio 2003 contro la guerra in Iraq.
Devo fare lo sforzo di guardare a questo orizzonte, per non deprimermi. E allo stesso tempo – e in modo contraddittorio – mi rallegro perché il mio paese, i miei compaesani, hanno le orecchie e gli occhi attenti a quel che accade in giro per il pianeta, sono infinitamente migliori dei loro presunti rappresentanti, i politici, immersi fino al collo nel brodo delle loro risse, della compravendita di parlamentari, delle leggi su misura. Un cartello, nelle strade di Roma, diceva: “Avete le orge contate”, e penso non alludesse solamente a Berlusconi.
Alle 14 di sabato 15 ottobre, quando il corteo si è mosso da piazza della Repubblica, già si capiva che era enorme. Una fiumana umana felicemente disorganizzata, in cui certo c’erano gruppi e striscioni e bandiere, i famosi “spezzoni del corteo”, ma le persone debordavano, sorpassavano, camminavano a fianco, riempivano ogni metro quadrato vuoto, con cartelli o magliette autoprodotti, molto spesso, come il gruppo di ragazzi con la scritta, sul petto, “Indignados”, probabilmente un’intera classe di liceo. La convocazione era stata fatta da un insieme di associazioni, sindacati, gruppi, il “coordinamento 15 ottobre”, ma chi aveva riempito lo spazio che si era creato erano cittadini, specialmente, senza “appartenenze”, che tentavano una via – questa per l’occasione, domani un’altra – per ricostruire la democrazia a partire da se stesse, senza dover obbedire ad alcuna disciplina. Quelle persone rappresentavano, e rappresentano, le fondamenta di qualcosa di nuovo e non – come qualche piccolo “leader” pensa – il ritorno all’ovile delle pecore smarrite e finalmente “riportate in piazza”.
Ma quasi subito accade qualcosa di sbagliato. Noi eravamo con i No Tav valsusini, che in trecento erano arrivati a Roma sui pullman; di fronte a noi, poco più in là, un gruppo di persone, forse duecento, compatte, silenziose, che di colpo abbandonano giacche e felpe colorate per rivestirsi di nero, coprirsi le facce, indossare caschi. E alla prima curva compiono la prima azione rivoluzionaria: distruggere le vetrine e saccheggiare un negozio di alimentari che si chiama “Elite”. Poi bruciano delle auto. Poi si arrampicano sulla grande porta a vetri di un albergo per bruciare una bandiera italiana ed una dell’Unione europea. La gente assiste stupefatta, un po’ spaventata, si sbanda, molti si arrampicano sulle scale, lì di fianco, per oltrepassare il blocco creato da quei tipi in nero, qualcuno protesta, grida, li insulta.
Retroscena. Tutti sapevano che “qualcosa” sarebbe accaduto. Tutti quelli, intendo, che sanno di queste manovre da corteo, delle trattative con la questura e tra gruppi organizzati che intendono partecipare alla manifestazione. Quei forse duecento sono una sorpresa solo per i cittadini comuni che hanno deciso di viaggiare a loro spese per gettarsi nella corrente dell’indignazione globale. I generali e i colonnelli dell’estrema sinistra sanno tutto. Ma sbagliano tutto. Perché quelli “più a sinistra”, o ancora più in là, hanno deciso che gli altri hanno promosso la manifestazione solo per diventare nel futuro la stampella di un nuovo centrosinistra alle prossime elezioni politiche. “Noi non facciamo le primarie, noi facciamo la rivoluzione”, ha detto uno dei “neri”, qualche giorno prima, a un nostro compagno che preparava la partecipazione al corteo. Perciò i tipi organizzati e nerovestiti fanno la rivoluzione rompendo e incendiando quel che possono e – invece che scontrarsi con la polizia per cercare di andare verso Piazza Venezia, cioè verso i palazzi del potere, come tutti sapevano che avrebbero cercato di fare – decidono di distruggere la manifestazione rompendola a metà, costringendola a convivere con incendi di uffici del ministero della difesa e di altre automobili e di cassonetti, con statuette della Madonna frantumate, con il fumo dei lacrimogeni, con loro stessi, persone che corrono, sorpassano, si muovono in pattuglie usando la massa come schermo e come bersaglio.
Anche la questura ha sbagliato tutto. Pensavano forse che le centinaia che si organizzavano manifestamente – nel web, nei social network – per creare incidenti a Roma si sarebbero scagliate contro di loro, dal lato appunto di Piazza Venezia. E lì hanno concentrato duemila poliziotti e centinaia di blindati, lasciando del tutto inerme Piazza San Giovanni, meta del corteo.
Dove infatti accade il peggio. La polizia insegue i “neri” che si confondono nel corteo, dove possono farlo, ossia dove glielo si lascia fare. Quindi la polizia insegue il corteo, e fa irruzione di colpo a San Giovanni, gremita di migliaia di manifestanti in attesa che il resto del corteo arrivi, con gli idranti, sparando lacrimogeni a casaccio, entrando e uscendo inutilmente dalla piazza con i blindati lanciati pericolosamente ad alta velocità, infine sigillando la piazza, “neri” e manifestanti tutti insieme. Finché un blindato progettato per resistere a qualunque cosa si incendia, i carabinieri fuggono, il blindato esplode, e la foto della giornata è scattata, pronta per essere pubblicata ovunque.
Nel frattempo, manifestanti si sono ribellati, hanno cercato di fermare i “neri”, qualcuno addirittura ne afferrano e consegnano alla polizia, ma ormai la frittata è fatta. A Roma, unica città tra 951, il 15 ottobre globale è fuoco e violenza, almeno così appare sui media, d’altra parte così buoni, questa volta, da notare che in effetti il 99 per cento dei manifestanti non c’entra, anzi è vittima di quei forse mille, forse duemila. E’ vittima, per la precisione, del fatto che le organizzazioni di sinistra che hanno indetto la manifestazione non hanno saputo tracciare una linea netta di separazione da quella gente in nero. Quella linea si chiama non violenza, ossia ciò che ha permesso agli spagnoli della Puerta del Sol, agli egiziani di Piazza Tahrir e agli statunitensi di Liberty Plaza di conquistare le simpatie del 99 per cento dei cittadini, quelli che la grande finanza saccheggia e che la politica non rappresenta. Come diceva un cartello in una delle manifestazioni di Madrid, “No violencia somos màs”, con la non violenza siamo di più. E come ha detto Naomi Klein agli occupanti di New York, “siete stati così bravi da scegliere la non violenza, da non offrire ai media immagini di vetrine in frantumi”.
Bene, ora sappiamo che una enorme quantità di persone va cercando attivamente giustizia sociale e democrazia reale, oltre la politica e oltre l’economia quale essa è. Anche in Italia. E c’è da sperare che questa volta quelli che fanno la rivoluzione in quel modo abbiano definitivamente esagerato, e così chi non si decide mai capisca che è arrivato il momento di scegliere un’altra cultura, assai diversa da quella combattentista del Novecento. Di modo che non accada più quel che lamentava, mentre scendevamo nel metrò, una signora di Napoli molto arrabbiata: “Quei bastardi ci hanno rovinato la festa”.
di MARIO PEZZELLA
Sono d’accordo con tutto ciò che dicono Sullo e Morniroli sulla festa possibile che avrebbe potuto diventare la giornata di sabato 15 ottobre. In tutto il mondo è nata un’insorgenza democratica e non violenta, che richiede un cambiamento di paradigma e di modo di produzione, che ha bene individuato come suo avversario il nuovo potere economico-finanziario (invece che gli ormai declinanti attori dell’avanspettacolo politico, da Berlusconi a Sarkozy). E’ una straordinaria prova di intelligenza politica collettiva.
Aggiungo due riflessioni, anche se marginali, sulla violenza cui abbiamo assistito e che non ritengo giusto minimizzare.
In un documento comparso il 17 settembre 2011 su Indymedia gli antagonisti sono invitati a impadronirsi violentemente della città, come una minoranza, piccola ma organizzata, ha effettivamente cercato di fare durante la manifestazione del 15 di ottobre a Roma. Colpisce, al di là dell’insurrezionalismo ingenuo e inconsistente, questa frase: «I compagni di ogni dove si stanno preparando per il 15: i compagni della Val Susa (onore a loro), gli operai, gli studenti, gli emarginati di sempre… combattere!».
Colpisce in particolare l’allocuzione “onore a loro”, assolutamente tipica del linguaggio fascista; e in genere il tono dannunziano ed estetizzante dell’appello. Il concetto di onore, inteso in questo modo, non ha niente a che fare con la sinistra: allude a un individualismo eroico, al superuomo che mantiene la sua dignità in tempi disperati, a un’aristocrazia di combattenti che in fondo disprezza e usa la moltitudine come massa da macello. Il termine onore in questo senso era usato dai giovani che entravano nella Decima Mas ai tempi della Repubblica di Salò, quando la sconfitta era certa e proprio perché era certa: gusto necrofilo del martirio e della morte, che certo è presente anche in qualche frangia della tradizione della sinistra, ma che in origine fa parte di un mito della destra estrema.
Ci si potrebbe consolare dicendo che, appunto, il testo è una provocazione. Oppure ci si potrebbe preoccupare perché una certa retorica della “bella violenza” e della “bella morte” viene tollerato in un sito antagonista (l’appello, oggi rifiutato e insultato dai lettori del sito, vi è comunque rimasto per quasi un mese, senza che nessuno trovasse molto da obiettare).
Il militarismo è sempre una degenerazione della politica; per usare i termini dell’appello su Indymedia, può però essere “onorevole” o semplicemente ignobile. Diventa tale quando il gruppo paramilitare cerca di trascinare nella violenza subita e reagita una massa inconsapevole, innescando reazioni mimetiche elementari e primitive. La moltitudine non è considerata “popolo” e tanto meno “classe” di liberi e di uguali, ma plebe opaca da utilizzare come materia morta e sacrificabile, in stato di sonnanbulismo e di incoscienza.
Questo modo di considerare l’altro è ignobile, salvo che in una concezione fascista del mondo, dove appunto una élite giustifica simili comportamenti, vantando la sua superiorità elettiva. Una spia eloquente di questo neofascismo inconsapevole sono alcuni commenti ironici comparsi ieri sera su Indymedia – a proposito del ferimento di un militante di Sel, che ha perso due dita negli scontri – e ora cancellati dal sito, che evidentemente e per fortuna li ha giudicati intollerabili.
Testimonianza diretta mia e di Carmen di un giorno di ordinaria follia in Piazza S.Giovanni!!
Si aspettava come tutti il 15 ottobre come un giorno di liberazione almeno sotto il profilo delle nostre coscenze dove poter gridare pacificamente e insieme a tutto il mondo la nostra indignazione per tutto ciò che questa società non sa offrire e che giorno dopo giorno toglie, a tutti noi, diritti e che tende a schiavizzarci sempre di più.Quel giorno è arrinato.Tantissimi di noi si sono sobbarcati un viaggio faticoso sotto tutti i punti di vista per essere partecipi di un tentativo di cambiamento.L’arrivo a Roma sicuramente ci attenua la stanchezza del viaggio in pulman anche perchè toccavamo con mano l’imponenza dei partecipanti visto il numero di pulman che provenivano da tutta Italia.Un solo sloga: Noi la crisi non la paghiamo.Dal punto di raccolta dei pulman ci avviamo a piedi verso la metropolitana della staziona di Anagnina per raggiungere Piazza della Repubblica da dove sarebbe partito un corteo per raggingere Piazza S.Giovanni.Migliaia di persone, famiglie, bambini tantissimi in passeggino visto la loro tenera età in corretta fila raggingiamo Piazza della Repubblica ormai gremita.Il corteo parte.Con Carmen decidiamo di non fare tutto il percorso a piedi ma solo una parte per poi prendere la metropolitana e raggiungere Piazza S.Giovanni dove avremmo atteso i vari cortei.Al nostro arrivo in piazza non c’era molta gente, ma era un continuo arrivare persone.Ci sediamo su una panchina mangiamo un panino a fianco a noi c’era un papà con il figlio nel passegino non aveva più di 7/8 mesi ci chiede un fazzolettino visto che il pupo si era sporcato.Tutto era tranquillo si respirava un’aria serena pacifica.In lontananza si comincia a sentirsi suoni di tamburi, è un primo corteo che sta arrivando che non è quello partito da Piazza della Repubblica.Cè un folto gruppo di ragazzi vestiti con colori sfavillanti,il viso anch’esso dipinto di vari colori e a capo di questo corteo eci sono loro che suonano i tamburi.Sono accolti in piazza da applausi per le loro performans.E’ una festa che continua aspettando il grosso dei manifestanti ancora lungo le strade di Roma.Affianco a noi si siedono 3 donne anziane, ma molto arzille ed è inevitabile che ascoltiamo ciò che dicono e commentano.Sentivamo parlare di disordini, di macchine date alle fiamme.Cominciamo ad interloquire con loro anche per capire e capiamo che il giorno di festa si stava trasformando in tutt’altro.Alziamo gli occhi al cielo verso la parte dove sarebbe dovuto arriva il corteo, quello partito da Piazza della Repubblica, si intravedeva del fumo nero. La piazza dove eravamo comunque era tranquilla ,nulla lasciava presagire quello che da li a poco sarebbe successo.Le forze dell’ordine che erano in piazza non erano molte c’erano qualche camionetta e diverse macchine civili con il lampeggiante nulla di più ,posteggiate affianco alla basilica a poche decine di metri dove eravamo noi.I nostri sguardi frugavano tra la folla che riempiva semprte più la piazza scorgiamo anche 2 giornaliste Miriam Mafai e Sgrena Calipari.Si avvicina una ragazza con dei volantini e dandocene uno ci dice che questa non era la vera manifestazione degli indignados perchè era partitica e che quella vera ,quella non partitica ,si trovava nella piazza sottostante dove da li a poco sarebbe iniziata una assemblea dove tutti avrebbero potuto parlare.Assemblea che non si è mai svolta visto che qualche minuto dopo, senza una apparente motivazione, senza alcun segnale che potesse dar vita a ciò che stava per accadere, siamo stati caricati dalla polizia con idranti.Ci hanno schiaccato contro la basilica, si vedevano chiaramente gente smarrita che non capiva, gente preoccupata visto che erano con figli più o meno piccoli.Dopo questo inizio per noi incomprensibile della carica della polizia si è scatenato il putiferio.Abbiamo cominciato a vedere in lontananza, ma con molta chiarezza, che c’era un gruppo di facinorosi che rispondeva alle cariche delle forze dell’ordine con lancio di pietre e tutto ciò che riuscivano a trovare.Noi eravamo chiusi in un angolo della piazza, senza nessuna via di fuga, mentre i lacrimogeni continuavano a non farci respirare mentre gli occhi lacrimavano e la tosse ti assaliva e ti domandavi il perchè di tutto ciò.Affianco alla basilica di S.Giovanni c’è una cancellata che porta all’interno e che poteva essere l’unica via di fuga e molte persone soprattutto famiglie con al seguito i propri figli hanno cominciato a chiedere che fosse aperta.Ma dietro una negazione da parte dei responsabili che si trovavano all’interno, compreso dei frati, che si sono tenuti a debita distanza e dopo pressioni delle persone alcune hanno comincito a scavalcare il cancello compreso donne anche di una certa età passando anche i bambini con un notevole pericolo che ciò comportava.Ci sono stati attimi concitati tra le persone che sono riuscite a scavalcare e gli addetti della basilica.Intanto i lacrimogeni continuavano a imperversare ed essendo sotto vento siamo stati costretti a spostarci, cercando per quanto possibile, di metterci al riparo senza però molta fortuna.La guerriglia imperversava, si vedevano macchina in fiamme, gente incappucciata che rispondeva alla cariche delle forze dell’ordine, ma erano poche decine di persone.Gli occhi erano sempre più rossi ,sempre più lacrimanti il respiro affannato, la tosse sempre presente.Tra noi gente perbene anche se non ci eravamo mai visti prima c’era molta solidarietà.Chi aveva delle fette di limone le passava a chi era in difficoltà per passarcelo negli occhi e attutire il bruciore o chi aveva una bottiglietta d’acqua te la passava per inumidire chi il fazzoletto o un foulard.Per ore siamo stati sotto assedio senza riuscire ad uscira da quella trappola infernale.Tutti cercavamo una via di fuga,ma non ce n’ erano e dovevamo subire passivamente gli scontri che avvenivano tra le forze dell’ordine a quei pochi facinorosi delinquenti.Personalmente non ho perso mai la calma, ho cercato per quanto possibile di diffonderla anche a Carmen che non era spaventata, ma sicuramente incazzata per ciò che stava avvenendo.Dovevamo spostarci in continuazione anche in base a come era il vento per cercare essere investiti il meno possibile dai lacrimogeni di cui, fino a ieri , avevo solo sentito parlare in tv ,ma non mai provati sulla mia pelle.Non è una bella sensazione :ti accecano, non riesci a respirare, l’unica cosa che ti viene da fare è scappare.Ma dove??Tutte le strade erano invase da scontri quindi eri costretto a rimanere e a muoverti in poche centimnaia di metri quadrati.Dopo diverse ore di guerriglia urbana ci siamo accorti di un piccolo spiraglio.Una strada che fino a pochi minuti prima era teatro di scontri violenti sembrava vuota.Decidiamo di provare ad uscire da quell’imbuto in cui ci siamo trovati, ma dovevamo passare vicino le forze dell’ordine e non sapevamo quale potesse essere la loro reazione.Ugualmente ci incamminiamo mentre continuano lancio di pietre, botti assordanti pari a bombe ,forse bombe carta, macchine in fiamme.Passiamo davanti alla polizia in tenuta antisommossa tenendo le braccia alzate.Riusciamo a passare.Imbocchiamo la strada che avevamo visto in precedenza sgombra da incidenti e ci dirigiamo verso la metropolitana che distava poche centinaia di metri.In questo tragitto abbiamo notato tutta la devastazione degli scontri precedenti. Vetrine di negozi in frantumi ,recinzioni divelte, la strada piena di pietre sampietrini.Una devastazione totale e come succede molte volte in questa devastazione trovi pure dei paradossi.Infatti c’era in mezzo a questo caos chi girava in monociclo facendo delle riprese.Imbocchiamo la metropolitana il fumo e la puzza dei lacrimogeni si sentiva anche lì ed essendo un posto chiuso era molto fastidioso, ma dovevamo resistere.Riusciamo finalmente a partire da quel posto dove per ore siamo stati accerchiati ad abbiamo dovuto subire tutto ciò che abbiamo detto.Stanchi e avviliti ci avviamo verso il pulman che ci avrebbe dopo un lungo viaggio di 8 ore riportato a casa.Mi rimangono 3 interrogativi che per il momento non avranno risposta.Ci vorrà forse un po’ di tempo per metabolizzare questa giornata e per cercare di capire. CHI, PERCHE’ e soprattutto che senso abbia fare manifestazioni che dovrebbero dare un certo tipo di segnale e che invece finiscono come tutti sappiamo.C’è molta amarezza soprattutto per chi, come noi, cerca di spronare i giovani, come possono essere i nostri figli che appaiono apatici a ciò che li circonda per poi forse inconsciamente ed egoisticamente esser contenti che siano rimasti a casa evitando di essere coinvolti in spiacevoli conseguenze.AMAREZZA AMAREZZA AMAREZZA!!!!!!!

- Corteo degli Indignati, un bacio in via Cavour (best)
- a song 4 you! !!! ecco!!!! ci mancava il concertO!!!!!!! ____________________________>>> ci pensiamo noi, ma soprattutto un caro compagno:
- SIGNORE & Signorine, e compagni tutti: semiLIVE qui, per noi e per tutti

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