PRELIEVO FORZATO sui c/c dei Politici degli ultimi 20 anni
Gaza - piombo fuso
La pittura realista di Francesco Federighi
Olio su tela preparata 158x185 cm
..Morte che porta via chi dovrebbe giocare ancora...
..urla premature per chi dovrebbe insegnare a giocare..
Francesco Federighi
federighiarte.com/index.htm
tana
CulCorner_buro&team
progetti animalisti, attivismo e volontariato per la difesa degli animali
costituzione
SEA SHEPHERD ITALY
...
Dimi amì
di Lussia di Uanis | paino: Claudio Cojaniz Romanic Sercli - Dimi amì Claudio Cojaniz Lussia di Uanis 21/09/2002 Cormôr Salvadi
giovedì 8 dicembre 2011 ore 15.00 in Andreis ci sarà la presentazione del libro “Galo Gastalo” con la lettura della fiaba a cura di Marilisa Trevisiol presso il Centro Visite del Parco
Visualizzazione ingrandita della mappa
Un Gallo profetizza la fine del mondo.
Una storia particolare, che per certi aspetti si riallaccia alla fiaba “I musicanti di Brema”,
tramandata oralmente e arrivata a noi attraverso le trascrizioni della signora Annamaria Mariutto.
Da questo racconto è partita la nostra esperienza: un laboratorio,
sotto la guida di Sara Colautti, aperto a bambini e ragazzi col fine di recuperare
l’antica cultura popolare del paese di Andreis.
Usando legni, stoffe, sassi e altri semplicissimi oggetti di recupero,
abbiamo dato vita a delle illustrazioni a collage successivamente raccolte in un libro
che ci raccontano dell’avventura di Galo Gastalo e degli animali di Andreis,
che salgono sul Monte Raut per salvarsi dalla fine del mondo.
i lavori resteranno in mostra presso il Centro viste del Parco
tutti i giorni festivi dalle ore 15.00 alle 18.00
dal 8 dicembre 2011 al 8 gennaio 2012
Ringraziamo Paolo Marasca per questo bell’articolo che ha dedicato ad ART-TU festival
Frisanco è un pugno di paese friulano appoggiato alle alpi. Case in pietra, piazze della misura giusta, grappe fatte in casa. La scorsa estate ho conosciuto alcuni amici di Monica: Daniele, Paola e Zoe. Siamo andati a cena assieme e mi hanno raccontato di un festival di artigianato artistico che organizzano lì, a Frisanco, l’ART-TU festival. Mi hanno invitato a presentare il mio romanzo, La qualità della vita, nell’ambito del festival: due presentazioni alle 18, sabato 1 e domenica 2 ottobre.
Perché no?
Ora che sono tornato, posso dire che è stata una bella boccata d’ossigeno, e spunto per alcune riflessioni. Non solo grazie alla splendida e disinvolta ospitalità dei nostri amici, che vivono in una specie di sagrada familia alpina in perenne costruzione, incastonata nel verde di una frazione che solo dopo il terremoto ha sostituito le mulattiere con le strade. Ma per tutto l’insieme.
Il festival di Frisanco è una faccenda piuttosto ricercata, alla cui organizzazione pochi amici dedicano enorme energia. Ci sono artigiani di altissimo livello, ognuno a rappresentare il suo settore, e pochi artisti scelti che espongono opere (menzione speciale ai quadri di Sara Colautti). Chi dipinge ceramiche, chi crea lampade e quaderni, gli argenti di Daniele, i manufatti in pelle di Erik, le meridiane, i saponi, gli album, le lampade… Poco più di 20 banchi in un clima rilassato: molto dialogo con i visitatori, sole dappertutto, cani mansueti, scene da incorniciare. Il vecchio del paese, a stento retto da un bastone liso, si avvicina ad Erik intimandogli in friulano di fare un buco a misura in una cinta. Ragazzetti con i capelli rasta visitano le (incredibili) casette in miniatura create dal quali centenario (classe 1912) Carlin. Un giovane fisarmonicista che sembra uscito da un fumetto di Manara improvvisa duetti con l’anziano collega arrivato strumento in braccio dalla propria casa.
Ma a parte le impressioni, i momenti, i movimenti delle mani artigiane sulla materia scelta, i centrifugati di verdure biodinamiche e il clima dell’alpe friulana, mi piace sottolineare alcune cose:
1) gli organizzatori di questa iniziativa, appartenenti alla mia generazione, hanno scelto una vita nella natura e un proprio ritmo. Non si accontentano, però, e si impegnano a comunicare – senza voler convincere -, ad aggregare e a condividere, ovvero a svolgere un’attività politica nel senso migliore e più puro del termine. Bello.
2) ci sono più curiosità e interesse, e ho venduto più copie del mio romanzo sotto le alpi del Friuli che a Bologna o Roma: forse la vivacità intellettuale si sta spostando geograficamente in cerca di aria pura, mentre i vecchi centri del potere iniziano ad essere ingolfati.
3) Gira gira, incontro un contadino biodinamico che regala mele e suonava in un gruppo musicale, gli Arbe Garbe, del quale mi presenta il batterista. I ragazzi poi, mi regalano il loro bel disco; incontro un ragazzo che gestisce un locale e indossa la maglia dei Langhorne slim, e i ragazzi di Hybrida che hanno realizzato una compilation che sembra quella del vecchio Thermos e Pigi (come stai, Pigi?) che conosce i miei amici anarchici di Fano… una serie di incontri che confermano la mia idea che la nostra sia una generazione di nomadi sentimentali ed ideologici, avvezzi a raccontarsi nelle rare oasi in cui abbeverarsi e ristorarsi.
4) Tra i più giovani, incontro e chiacchiero dopo la presentazione con i ragazzi di Brocante (e guarda caso uno di loro scrive su A rivista anarchica, mia vecchia collaborazione dei tempi milanesi). Durante la presentazione, parlando, mi attaccavo alla complicità dei loro sguardi. Sono ottimisti, convinti che in qualche modo ci stiamo liberando, che stia nascendo una nuova maniera di ribellarsi. Loro sono giovani, nel mio cuore spero che la mia generazione nomade gli abbia fornito qualche coordinata, qualche volta celeste da scrutare nel deserto. So che li incontrerò in una delle prossime oasi, e magari mi insegneranno che una certa pianta, colta al momento giusto, è ancor più buona di quello che pensavo.
Ecco quindi che ringrazio gli amici Paola, Daniele, Erik e la piccola ma mica tanto Alice Zoe per l’ospitalità che ci hanno riservato e torno con alcuni sguardi di rara intensità colti qua e là, un piacevole retrogusto di grappa barricata fatta in casa, i regali che i nostri ospiti hanno voluto farci e l’idea sempre più fondata che i diversi dialetti dei nomadi che siamo siano sempre meno incomprensibili l’uno per l’altro.
Un abbraccio e a presto a tutti e un grazie particolare anche a: i ragazzi di brocante per la gentilezza e il baratto libro per t-shirt, l’Assessore alla Cultura di Frisanco per l’ospitalità e la presenza, Mara per gli gnocchi, Pablo per le fotografie, Federica e Simone (e Aldo) per esserci venuti a trovare sin dalla lontana Aurisina – insomma, come capita nei tour, grazie a tutti, tecnici, staff e spettatori
Giovedì 28 febbraio ore 18 all’ANGOLO DELLA MUSICA, viaAquileia Udinesarà presentato il nuovo libro di Rocco Burtone “MUSICISTI SUICIDI E ANCHE”. Seguirà rinfresco
MUSICISTI SUICIDI E ANCHE
PREFAZIONE
E’ furbo Burtone. Furbo perché mi chiede di dare un parere ai suoi racconti, ma precisa che molti sono stati scritti in una lontana adolescenza ed altri… già, dico io, ma quali? E qui Burtone ci gioca e non si svela. Devo indovinare quali i racconti “bambini” e quali gli adulti. Proprio una gran furbata, così è evidente a tutti che si salva da eventuali critiche. Ed io ho voluto giocarci con le sue storie e me le sono immaginate mature o…
No, non ho saputo distinguere, quindi o il nostro scrive ancora come quando aveva 14 anni, oppure a 14 anni scriveva da adulto.
Sono racconti rapidi, vivaci, sbrigativi, sono inattesi, leggeri, raffinati e bugiardi, sono burleschi, beffardi, allegri ma anche tragici, dolorosi. Inutile sprecare aggettivi, la scrittura di Burtone è come la sua musica: non sai mai dove vada a parare.
Ma non mi lascio intimidire e mi rifiuto di farne una prefazione. No, caro Rocco, questa è semplicemente una lettera di stima ed amicizia. Confesso che mi sono piaciuti (attento però, ho trovato troppe ripetizioni. Ma già, la diversa età dei racconti ti assolve), confesso che alcuni mi hanno commosso (Vai col liscio, Natale), altri mi hanno divertito (Concerto in stalla, 120, Cantautore), altri ancora mi hanno coinvolto (Giustizia, Frecce Tricolori). Ma quello che più mi piace sottolineare è la costante ironia che attraversa il libro, ironia che sovente si trasforma in sarcasmo, che sfocia in amarezza da presentire tra le righe. Amarezza sì dolorosa, ma mai arrendevole, mai remissiva, mai condiscendente. Non di afflizione trattasi, ma di ponderazione dei malanni terrestri e Burtone ne fa sovente teatro per umani libertari e razionali.
E ancora potrei dire dei racconti che mi hanno divertito, passando dal dramma-paradosso del suicida alle avventure musicali o a quelle…
Devo concludere. Che altro dire? Continua a “suonare” così.
Prof. Bernardo Salvemini
Rocco Burtone si presenta
Negli anni 70 faceva il cantautore “contro”, ma sta ancora chiedendosi contro chi abbia combattuto. Era talmente contro che rifiutò qualsiasi contratto discografico. Lo ascoltò ad un concerto Ivan Della Mea, allora direttore dei “Dischi del Sole”, che gli spedì una lettera con la richiesta di una registrazione (oggi si chiama demo) e Rocco gli inviò una cassetta registrata dal vivo praticamente inascoltabile. Della Mea gli scrive nuovamente chiedendogli un prodotto migliore, e cosa risponde il nostro eroe? “Caro Ivan, il valore dei miei concerti è manifestato dal rapporto a volte conflittuale col pubblico, quindi non ho interesse ad incidere canzoni senza una logica di lotta”. Della Mea non scrisse più e Rocco sta ancora piangendo. I suoi più che concerti erano eventi: succedeva di tutto. Breve cronaca: Rocco finisce una canzone, irrompe sul palco Ugo Vat gridando frasi senza senso. Ugo canta (stonando) “Storia di un impiegato a barriera vecia a trieste” e finisce il brano cercando di sodomizzare una sedia. Intervengono Franco Ursino e Kalì che a forza lo trascinano in platea. Ecco Maurizio Mentina che recita la scena muta western e Roby Colella che dalla custodia di un violino estrae una sega e la suona….ecc…. In un memorabile concerto al Palasport di Udine, canta quello che era diventato l’inno del “movimento”, dedicandolo alle tre mila persone che ha di fronte. Il titolo del brano è “Andate a cagare”. La stampa non gli dedica una riga e di ciò se ne fa vanto. Fino alla fine dei 70 ha suonato dappertutto, dalla Sardegna alla Sicilia, nelle fabbriche, nei teatri, alle Feste dell’Unità,per i circoli anarchici, per gli emigranti in Olanda e in Germania. Nel 79/80 va negli Stati Uniti per ragioni economiche e lo troviamo dapprima su una nave da crociera a sollazzare musicalmente i turisti americani nel tragitto New York-Bermude, poi stanco di quella vita, si trasferisce a Los Angeles dove canta le sue canzoni nei locali e con sorpresa si accorge di essere apprezzato più che in patria (forse perché il pubblico non capisce i testi). Tutto ciò fino all’ottanta. Quando Rocco rientra dagli USA è un’altra persona o meglio, è sempre lo stesso “rivoluzionario”, ma più… come dire? Più furbetto. Infatti comincia ad incidere qualche disco, scrive canzoni più morbide, insomma, si fa anche il sitoe con ilsitospera di suonare di più. Oggi canta col suo gruppo “Na’Babas”, composto da musicisti di grande levatura, ma può proporsi anche in duo con uno dei più grandi tastieristi italiani: Arno Barzan. Il repertorio, oltre alle sue canzoni, propone brani riarrangiati di Fred Buscaglione, Jacques Brell, Gilbert Becaud, Herbie Hancock, Beatles, Animals ecc…ecc…), con un curioso e divertente intermezzo che coinvolge il pubblico. Presenta inoltre uno spettacolo di teatro-canzone intitolato “Storie di Cantautori”, in cui narra e interpreta la canzone d’autore soprattutto italiana e francese (Tenco, De Andrè, Brassens, Dylan a cimentarsi nella composizione di un brano musicale. Caro lettore, sei invitato a darti da fare per organizzare i concerti di Rocco Burtone, un grande cantautore (ma è poi un cantautore?) che sta invecchiando.
Se poi non sei d’accordo sul “grande” cantautore, invitalo lo stesso che tanto… Questa breve biografia senza modestia è scritta da Rocco medesimo.
Recensione del libro “Canzone del disordine”
(Kappa Vu Edizioni)
Racconta e canta: Rocco Burtone
Suona: Arno Barzan
Nata a Nablus, in Cisgiordania, nel 1941, Sahar Khalifa (o Khalifah) è una delle voci più autorevoli e stimate della letteratura palestinese. Conosciuta internazionalmente, nonché tradotta in numerose lingue, Sahar Khalifa ha unito nelle sue opere l’impegno civile per la “causa palestinese” alla denuncia della condizione della donna nella società araba contemporanea. Quest’ultimo aspetto della sua attività si è concretato, verso la fine degli anni Ottanta, nell’istituzione di un “Centro di studi sulle donne” da lei stessa diretto, con doppia sede a Nablus e a Gaza.
In «Primavera di fuoco», appena uscito per Giunti, la scrittrice palestinese descrive due fratelli che si ritrovano su fronti opposti sullo sfondo della seconda intifada
di Monica Ruocco
La centralità delle donne palestinesi nella formazione dell’identità nazionale, e il loro prezioso ruolo di custodi della memoria storica di un popolo sono gli elementi alla base del romanzo Primavera di fuoco della scrittrice Sahar Khalifah, che esce in questi giorni per Giunti nella coinvolgente traduzione di Leila Mattar (pp. 333, euro 14,50) Alla fine del libro la scrittrice dichiara la propria riconoscenza alle donne di un quartiere della vecchia Nablus – città che fa da sfondo alle vicende narrate – che «hanno spalancato le loro memorie come finestre» regalandole racconti «colmi di particolari e di sentimenti profondi». Ma da parte sua Sahar Khalifah, le donne palestinesi le conosce molto bene.
È stata infatti proprio lei a fondare nel 1989, dopo avere conseguito negli Stati Uniti un dottorato in Women’s Studies, il primo centro di ricerche sulla condizione femminile nei Territori Occupati. Alla sede di Nablus (la città dove la scrittrice è nata nel 1941) se ne sono poi aggiunte altre due, a Gaza (nel ’91) e ad Amman (nel ’94). La sua carriera letteraria era invece iniziata subito dopo il 1967, con la pubblicazione di un romanzo, Non saremo più le vostre schiave (Lan na’ud giawari lakum, 1972), considerato il primo testo palestinese ad affrontare apertamente temi legati alla questione femminile. Un impegno sociale e politico che, di pari passo con quello letterario, ha portato Khalifah – insignita nel 2006 del premio Mahfuz per la narrativa al Cairo – a diventare l’autore palestinese più tradotto dopo Mahmud Darwish.
Ideale seguito di Terra di fichi d’India (Jouvence 1996) e La porta della piazza (Jouvence 1994), Primavera di fuoco è ambientato nel 2002 nel pieno della seconda intifada quando i Territori Occupati erano sconvolti dagli attacchi israeliani a Nablus, dall’assedio alla Muqata, residenza di Arafat e sede dell’Autorità palestinese a Ramallah, e dalla costruzione del Muro. Sahar Khalifah racconta le vicende di una famiglia che vive nel campo profughi di ‘Ein al-Murgian e, anche qui, seguendo una abituale strategia narrativa della scrittrice, i protagonisti del romanzo si ritrovano su fronti opposti. Se in Terra di Fichi d’India i due cugini rappresentavano il conflitto tra i palestinesi della diaspora e quelli costretti a convivere con gli occupanti, e nella Porta della piazza Sahar Khalifah riproduceva il dualismo tra uomini e donne durante la prima intifada, Primavera di fuoco ruota intorno al rapporto di due fratelli che rappresentano la nuova realtà sociale della Palestina: entrambi vorrebbero trovare riscatto dall’occupazione nell’arte, Magid nella musica e Ahmad nella pittura e nella fotografia, ma si ritrovano coinvolti, forse loro malgrado, nella resistenza. Magid, che sognava di diventare una star al pari dei cantanti egiziani, viene ferito in uno scontro a fuoco e troverà rifugio nella residenza di Arafat durante l’assedio mentre Ahmad, in seguito a varie disavventure, conoscerà il carcere e dovrà affrontare l’occupante.
Sahar Khalifah non ritrae però in in modo schematico né i protagonisti (intensi in particolare gli incontri tra Ahmad e Mira, una giovane israeliana figlia di coloni), né gli altri personaggi, resi sempre con realismo e partecipazione. L’attenzione della scrittrice alle sfumature e ai dettagli riesce a dare vita a uno scenario complesso. Complesso come il territorio palestinese che, dal punto di vista geografico, pare «una camicia fatta a brandelli: il colletto qui e la manica laggiù», oppure come il suo popolo che comprende «un contadino di Tubas, un beduino di Khan Yunis, un intellettuale di Ramallah, uno che dice una parola in arabo e una in inglese, e poi ragazze che giocano in pantaloncini corti e spose avvolte in tuniche e veli». Dal lato israeliano il miscuglio appare altrettanto ricco: «un colono canadese, altri che arrivano da Parigi, Roma, Londra, e poi dalla Bulgaria e dalla Romania, neri che vengono dall’Abissinia e dall’Etiopia». Su tutti irrompe la storia: da una parte gli israeliani che occupano, o meglio rioccupano i Territori palestinesi e, dall’altra parte, l’establishment corrotto dell’Autorità e i vari gruppi più o meno armati che si contendono il potere e costringono i palestinesi a combattere una doppia occupazione, esterna e interna. Le vite di Magid e Ahmad si incrociano con quelle delle donne, inermi di fronte a quelle ruspe che, come bestie mitologiche, sprofondano nelle viscere della terra sradicando gli ulivi e divorando ogni cosa. Alle ruspe si oppongono anche i pacifisti israeliani e stranieri, ed è chiaro l’omaggio a Rachel Corrie, la pacifista americana uccisa da un bulldozer israeliano.
Fin dai suoi primi romanzi, Sahar Khalifah persegue fermamente lo scopo di registrare con scrupolo e sincerità i diversi periodi della storia palestinese. In Primavera di fuoco questa cronaca assume una connotazione estremamente realistica grazie al carattere colloquiale della parola scritta e alla misteriosa voce narrante che, forse, appartiene a uno dei personaggi della scrittrice o alle donne della vecchia Nablus. E la saga continua: al-Mirath, «L’eredità», il romanzo che Sahar Khalifah ha scritto dopo gli accordi di Oslo, è in preparazione presso la casa editrice Ilisso di Nuoro.
Nella mia carta d’identità c’è scritto: professione scrittice. Una sparata in Comune quando la signorina chiese che lavoro facevo, “disoccupata” mi suonava male. Avevo vent’anni. Nei successivi rinnovi la professione è rimasta costante, malgrado non avessi mai pubblicato niente, non ci provavo neppure, scrivevo e basta. Scrivevo e vivevo, disordinata in entrambe le cose. Appartengo alla generazione di ragazzi degli anni ’70 minati dall’eroina. Nonostante la mia forte propensione alla decadenza e la pigrizia profonda, c’è in me anche lo spirito del combattente. Ho cercato la forza nel viaggio, nella natura, in persone e animali, nella scrittura, nel ridere. Ho vagabondato per anni facendo lavori provvisori, non mi son costruita nessun tipo di futuro. Alle soglie di fine millennio la mia vita ha preso una svolta stellare, come dice un amico. Ho chiuso una volta per tutte con la roba e mi son messa a scrivere seriamente. L’uso del pc, fino ad allora fantascienza, è stato fondamentale nel processo di riordino di due valigie piene di fogli dattiloscritti pasticciati. Nel 2005 esce con Effigie la mia prima raccolta di racconti “La virgola nell’orologio” e nel 2006 “Ultimo piano senza ascensore”.
In questi libri racconto il mio mondo, i miei amici, la mia famiglia, le storie che m’hanno affascinata. Racconto la mia fatica di vivere ma anche momenti sfrenati di riso e di gioco in un teatrino pulsante.
Nel 2007 sono usciti un paio di racconti nelle antologie collettive “Nuova Prosa” e “Pronti per Einaudi”, pensavo di riuscire a sfornare la mia terza fatica “Cuore a tre foglie”, un romanzo autobiografico ambientato a Parigi nei primi anni ’80, ma ho deciso di prenderla con calma. Le rifiniture son sempre la parte più pesante, ossessiva, allora per staccare, sperimento altre forme di scrittura, tipo sceneggiature oppure imbastisco storie di pura fantasia, dalla fantascienza al noir, al comico, giusto per vedere cosa salta fuori, un giorno ci farò qualcosa. Nelle valigie m’aspetta ancora molto materiale autobiografico da sistemare e perlomeno ho una certezza, nei prossimi anni il lavoro non mi mancherà, succeda quel che succeda. Web_links: