Toni Fachini


Toni Fachini

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Racconto: LUCIFERO

intro


i libri:

La virgola nell’orologio

120 p., € 12,00

Stellefilanti

Effigie, ISBN: 88-89416-00-9

Sembrano spesso provvisoriamente ritagliati sullo stile di vita e sulla trama intima della saga di una stirpe eccentrica e cosmopolita questi “racconti di vita” di una figlia ribelle, nomade e inquieta, che ha scelto come amorosa prigione gli affetti familiari e la casa friulana dei nonni paterni, quando torna al foghèr dai suoi vagabondaggi – e vi torna sempre. Qui, fino a quando i destini individuali non la sfoltiscono, va in scena la tribù: i nonni burberi; una madre in balìa degli eventi; un padre amato, teatrante e irresponsabile; fratelli imprevedibili, soprattutto il prediletto Sebastian, “Seba”, caro agli dèi e perciò destinato a morire giovane, ma non prima di avere inaugurato la nuova generazione; infine parenti, amici, comparse di una notte, domestiche e cani. Poi di nuovo le fughe, lontano da ogni sicurezza, la deriva di scombinate vacanze o di lavori occasionali in Spagna, come insegnante di italiano nel losco istituto privato del signor Augh, o come goffa entraîneuse in una Barra Americana; oppure altre dimore, ospite curiosa di amici sballati nella mitica Bologna, o malata in uno scalcinato ospedale. Ciò che non cambia sono le sbronze, le canne, la ricerca avida d’emozioni forti – insomma la «disperazione» che il padre ha passato nel sangue dei figli. Giorni provvisori, appunto. Toni Fachini rappresenta solo se stessa e i suoi, intende soprattutto marcare la sua irriducibile identità («Finisco per comportarmi così con tutte le persone che mi piacciono, sparare subito qualcosa che arrivi dritto nello stomaco, qualcosa di molto personale. Vado al sodo, mi faccio conoscere»). E questo vale anche per il suo stile, da subito inconfondibile.

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Ultimo piano senza ascensore

15×24 con risvolti, pp. 160 € 16,00

ISBN 88-89416-35-1

le Stellefilanti – narrativa

Un anno dopo La virgola nell’orologio , Toni Fachini torna in libreria con 12 nuove e sorprendenti narrazioni “randagie”, dure e autobiografiche, che raccontano con ironia la fatica di vivere dentro una solitudine agghiacciante. Sono qui ripresi i momenti cruciali di una vita vissuta tra luci e ombre (soprattutto ombre), in cui l’autrice ha dovuto cercare e trovare dentro di sé la forza per risalire la china, fino all’ultimo gradino, col fiatone, strisciando e lottando. E ci è arrivata sempre, grazie a un amore per la vita forte quanto la disperazione. Il volume si apre col suo “suicidio” a soli 16 anni ed è chiuso da un viaggio in Germania, il più disperato, l’ultima spiaggia prima di decidere se cambiar vita o farla finita davvero. Alcol e psicofarmaci l’accompagnano nei suoi vagabondaggi, tra crisi d’astinenza, lavori qualsiasi, incontri con invisibili persone comuni, che i suoi occhi vestono di leggenda. E ancora la famiglia amata e odiata, dalla quale le è impossibile staccarsi. Dopo il successo di pubblico e critica dei suoi primi racconti (un libro «così bello e bruciante…», ha scritto Carla Benedetti sull’Espresso; e gli ascoltatori di Fahreneit lo hanno premiato come uno dei migliori libri del 2005), il modo di narrare «vivo, incisivo, aderente alla vita in tutti i suoi momenti» di Toni Fachini  trova, con questa seconda opera, una felice conferma.

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dal settembre 2007:

Trovate nelle librerie : PRONTI PER EINAUDI antologia di narrativa di tendenza

PRONTI PER EINAUDI a cura di Maria Sole Abate

Luigi Mascheroni, Davide Brullo, Marco Missiroli, Barbara Di Gregorio, Marco Candida, Flavia Piccinni, Paolo Sortino, Toni Fachini, Andrea Caterini, Massimo Gardella, Francesco Borgonovo, Davide Bregola, Laura Sergio, Matteo De Simone, Yuri Leoncini, Guido Genovesi, Lucia Burello, Annalisa Casagrande, Enrico Piscitelli, Michele Vaccari, Mauro Suttora, Claudio Marrucci, Stefania Bergamini

ISBN 978-88-6063-082-7 9 7 88 8 6 0 6 3 0 82 7 Pronti per Einaudi EURO 14.00

UN RACCONTO INEDITO di Toni Fachini

Racconto in prosa come fiaba di denuncia

Toni Fachini ha una straordinaria e inconfondibile capacità di narrazione: vivacissima, espressiva,ritmica, a volte tragicomica. Ha scritto fin’ora due libri, che raccolgono racconti autobiografici : La virgola nell’orologio( Effigie, 2005) e Ultimo piano senza ascensore(ivi,2006) entrambi hanno avuto parecchio successo. Ne ha in preparazione altri due, sempre di racconti sulla sua vita avventurosa. Perché lei è un tipo di donna e di scrittrice molto particolare, insofferente di ogni convenzione. Dopo una gioventù spericolata, ora vive, più calma,a Milano.
Quello che segue è un racconto fiabesco e molto struggente, uno dei pochi non autobiografici e inediti che mi ha consegnato espressamente per VDBD.

FAWZI GUARDA LE LUCI
Fawzi guarda il mare, guarda l’acqua e il cielo finché diventa buio, poi guarda le luci di Tarifa, puntini arancio che pulsano come stelle, la costa della Spagna sembra vicinissima.
Suo padre lavora in un panificio e s’alza all’alba, è già a letto quando lui rientra la notte, la matrigna e i fratelli più piccoli gli dormono a fianco uno accanto all’altro sul materasso per terra, li vede poco, sta sempre fuori.
Fawzi ha undici anni e vuol fare il calciatore, è bravo anche se non ha tempo per giocare, sta tutto il giorno e parte della notte in giro a rimediare qualche soldo, assedia i turisti al porto di Tanger chiedendo una monetina o cercando di convincerli a entrare nel bazar di Ahmed che gli dà la percentuale.
Il calcio lo guarda alla televisione, sguscia dentro al bar infrattandosi fra gli uomini che fumano e urlano e bevono tè alla menta, lì è conosciuto, non lo buttano fuori come in altri posti. Fissa lo schermo a bocca aperta, non vede e non sente altro, la pubblicità lo rapisce, le case che mostrano con grandi frigoriferi e piante, gente ben vestita intorno a tavoli che traboccano di cibo, le ragazze così belle, le auto.
Fawzi guarda il mare perché ha deciso. Pensa di continuo agli uomini che hanno attraversato lo stretto di Gibilterra a nuoto, gli sembra di vedere i loro volti, sentirne le voci, un’ossessione che l’accompagna ovunque. Non è una leggenda come dicono i suoi amici, qualcuno ce l’ha fatta, solo che non é mica tornato a raccontarlo. Chissà perché dovrebbero tornare, lui di sicuro non lo farebbe.
Si alza appena suo padre è uscito, mangia in piedi un pezzo di pane e delle olive, in casa dormono tutti. Si mette sulla strada per Ceuta, un po’ cammina, poi lo prende su un camion. Quando arriva nelle vicinanze del porto ha fame e moltissima sete, le olive gli hanno asciugato la lingua.
Ha qualche monetina in tasca, compra in una pasticceria due occhi di gazzella. La pasta alle mandorle si disfa in bocca, cammina verso il mare annusando l’aria. Trova un rubinetto, beve, si bagna la faccia, la testa, beve ancora, poi vede avvicinarsi un uomo e scappa.
Gironzola, osserva le navi e i pescherecci, forse potrebbe nascondersi in qualche imbarcazione pronta a salpare ma vede braccia immense che lo tirano fuori, gli sembra già di sentire lo sberlone, un piede pronto a mollargli un calcio. No. Lui ce la farà ad attraversare lo stretto a nuoto, è bravo a nuotare.
Quand’era piccolo e aveva più tempo stava sempre in acqua, i pescatori lo conoscevano tutti, Fawzi nuoti come una piccola acciuga, gli diceva uno di loro, aveva un sorriso bianco e occhi gentili, gli arruffava i capelli bagnati regalandogli ogni volta qualche pescetto da portare a casa.
Fawzi si riposa nascosto dietro a un container e fissa il mare, partirà di notte, lo guideranno le luci di Gibilterra. Sembra di poterle toccare con le mani, d’udire le voci sull’altra sponda, il motore delle auto che viaggiano lungo la costa. Il sole è tramontato. Quando arriva il momento sente come un solletico dentro la pancia, il mare è piatto, nero, pensa a tutto quel che c’è sotto, un mondo enorme e invisibile, pesci e piante, mostri con tentacoli enormi.
D’istinto porta la mano al collo, stringe nel piccolo pugno l’amuleto, un dente d’animale, Di leone!, dice Fawzi agli amici per vantarsi. Gliel’ha messo al collo sua madre il giorno che è nato. Sa che è morta di parto e null’altro, sente da sempre una colpa dentro. Suo padre non la nomina mai, fa la faccia scura appena domanda qualcosa.
Fawzi bacia l’amuleto e si tuffa. L’acqua ha conservato il sole del giorno, si sta bene. Nuota con vigore, i fasci delle luci del porto si riflettono sulla superficie, bracciata su bracciata esce nell’oscurità. L’acqua diventa più fredda, lui continua senza guardarsi indietro.
Si ferma a riposare, sbatte i piedi per tenersi a galla, ha il fiatone, si gira a vedere quanta strada ha fatto. Poca. Però è sicuro che non ci vuole ancora tanto, le luci della Spagna sono lì vicinissime, ancora uno sforzo. Riparte con rinnovato vigore, ha un sorriso sulle labbra violette, sente freddo, pensa ai suoi amici, alla faccia che farebbero se potessero vederlo. Nuota senza più pensare, non perde di vista le luci.
I gesti si fanno più lenti, ha incontrato una corrente, non riesce ad avanzare, le luci son così vicine, sente le gambe ghiacciate, i muscoli non gli rispondono, sembrano gelatina, beve, tossisce, sputa fuori l’acqua, gli bruciano gli occhi, le luci, il corpo è diventato pesante, beve acqua salata, muove un po’ le braccia, la testa esce un attimo, Fawzi guarda le luci, l’acqua inghiotte i riccioli neri.
Affonda lento in una penombra azzurrina. Passa vicino un banco di sardine in un fruscio di bagliori d’argento, Fawzi cerca di spostarsi di scatto ma i movimenti escono a rilento, i pesci sfiorano freschi la sua pelle. Suoni sordi, attutiti e gorgoglianti.
Si fa strada tra foreste di alghe muovendosi leggero, questo gli dà sollievo, ricorda con angoscia quando aveva cominciato a bere, la paura e poi la tranquillità della certezza. Che sarebbe morto. Che non sarebbe mai tornato a raccontarlo agli amici. Perché mentre nuotava aveva deciso di tornare un giorno a Tanger, anche se suo padre non l’amava. Voleva togliersela la soddisfazione di vedere le loro facce, soprattutto di Rabiha e Badr che lo prendono sempre in giro.
Distingue a un tratto il suono d’un canto, proviene da un’apertura in una montagna di rocce, Fawzi affaccia con prudenza la testa tenendosi aggrappato ai bordi. Al centro della grotta una ragazza giovanissima canta disegnando con le mani cerchi nell’acqua. Fawzi guarda incantato le forme del corpo affusolato, gambe lunghe e piccoli seni appuntiti,  la pelle liscia color cioccolato.
Lei gli sorride, dal canto escono le parole della sua storia. Uomini venuti da fuori erano arrivati nel suo villaggio riempiendo la testa della gente di parole, i genitori l’avevano venduta per pochi soldi e così era iniziato il suo inferno verso l’Europa. Lacrime grosse come perle scendono sulle guance tonde segnate da cicatrici tribali, racconta cantando la sua vita di prostituta-schiava a Marbella, una voce potente e cristallina, bellissima.
Aveva detto al suo pappone che non poteva più continuare. Gli schiavi non infrangono le regole, non ridono di fronte alle minacce. L’uomo aveva visto nei suoi occhi di bambina che non temeva più niente. L’aveva accoltellata sul pontile, le altre avrebbero capito il messaggio.
Le treccine aguzze stanno sparate a raggera sul cranio come una piccola aureola nera, con un gesto degli occhi la ragazza l’invita gentile a lasciare la grotta, il suo viaggio deve proseguire, incontrerà altre voci che gli racconteranno la vita. Fawzi riprende a nuotare, attraversa praterie d’alghe e distese di conchiglie, squarci di luce.
Lo raggiunge in una scia di bolle un ragazzo a cavallo d’un delfino, il ciuffo di capelli rosso rubino gli cade sugli occhi bistrati, dice di chiamarsi Joselìn, viveva un tempo a Sevilla e faceva l’attore quando trovava qualche parte, se no s’arrangiava vendendo cianfrusaglie ai mercatini.
Una notte tornava a casa costeggiando il Guadalquivir quando un gruppetto di skin ubriachi cominciò a seguirlo, Hei frocio!, gli urlavano dietro, lui fingeva di non sentire, l’avevano raggiunto e buttato a terra. Terrore, dolore, calci duri di scarponi, aveva perso i sensi. Lo scaricarono nel fiume come un sacco di patate.
Era il 20 di novembre, l’anniversario della morte di Franco, nel sud della Spagna succede ogni anno qualche fatto di sangue, nostalgici di tutte le età gli rendono omaggio.
Fawzi gli chiede perché quei tipi l’abbiano ucciso con tanta crudeltà, Tu non gli avevi fatto niente, Joselìn sorride a quegli occhi ingenui spalancati, Lì fuori non serve che tu faccia niente, succedono cose assurde, non ci sono le risposte. Joselìn riparte in groppa al delfino  salutandolo con la mano.
E all’improvviso Fawzi trova davanti a sé Driss, il suo vicino di casa. Spalanca gli occhi meravigliato, lo credeva in Spagna già da un paio d’anni, s’abbracciano e si baciano più volte. Driss aveva lavorato come un asino per tirar su tutti i soldi del viaggio poi aveva salutato amici e parenti ed era partito insieme ad altri disgraziati in una notte senza stelle.
A qualche chilometro dalla spiaggia di Bolonia lo scafo aveva avvistato la lancia della costiera e tutti quanti erano stati buttati in mare dagli scafisti. Lui non sapeva nuotare. Aveva tentato d’aggrapparsi alla piccola imbarcazione, colpi sulle mani e sulla testa, uno squarcio sulla fronte, il sapore del sangue e del sale, urla, il motore che s’allontana. L’acqua nei polmoni spegne l’ultimo respiro, un vortice lo porta a fondo.
Fawzi non ha parole, Driss l’esorta a continuare il viaggio, deve conoscere altri volti, altre voci, trovare il suo posto. Nuota leggero, non pensa più a niente, guarda, ascolta. Si ferma vicino alla carcassa di un’auto sportiva, ci è sempre andato matto, sfiora con le mani la fiancata rossa arrugginita, dal muso ammaccato spuntano ciuffi di piante, piccole spigole nuotano dentro e fuori dai finestrini. Gli vien subito voglia di pistolare i pulsanti sul cruscotto, fa il giro.
Un ragazzo è seduto sul cofano tenendosi la faccia tra le mani, strano, prima non l’aveva visto. Fawzi s’avvicina con pochi gesti delle braccia, Come ti chiami?, il ragazzo alza la testa, le orbite vuote, un sorriso sulle labbra, Adel, dice, Perché non hai gli occhi?, Me li hanno mangiati i pesci, risponde ridendo.
Adel racconta che era arrivato sulle coste spagnole su un gommone. Ad Algeciras incontrò altri marocchini che all’inizio un po’ l’avevano aiutato, s’era messo a vendere fumo e poi anche coca. Quella polverina bianca gli piaceva, lo faceva sentire gagliardo. Aveva successo con le ragazze, faceva tardi la notte, beveva.
Tutto gli sembrava facile come un gioco, a casa sua se arrivava a cena in ritardo doveva affrontare gli occhi feroci di suo padre, non aveva mai avuto il coraggio di bere una birra neanche di nascosto, andava alla moschea tutti i venerdì e le ragazze le sognava a occhi aperti.
Diventò arrogante e molto imprudente, consumava più roba di quanta ne vendesse, gli amici cercarono di parlargli finché il pusher che lo faceva lavorare gli aprì la gola e scaraventò il suo corpo in mare dopo avergli cavato gli occhi per sfregio, Me l’aveva promesso, m’ero fatto fuori tutto!, ride amaro.
Fawzi lo guarda, Quanti anni hai?, chiede con la sua piccola voce di bambino, Venti, dice Adel e si stende sul cofano girandogli la schiena. Fawzi resta un momento immobile a fissare ogni dettaglio del relitto poi s’allontana lentamente.
Gli incontri si susseguono, clandestini crepati di stenti e gettati nelle acque come inutile zavorra, contrabbandieri e piccoli delinquenti di La Linea e Algeciras morti in una sparatoria o durante una tempesta, tanti pescatori e suicidi per amore. Fawzi sente nel cuore una specie di tristezza ma non gli viene da piangere, forse perché è morto, è come se i sentimenti ci fossero ma non facessero più male.
Le voci del mare cantano fatiche e umiliazioni, egoismo brutale. Giovani ingannati, violati, rifiutati. Occhi che hanno visto naufragare ogni illusione sotto un cielo indifferente. Bambini sfiniti dal pianto. Fawzi non immaginava che anche la vita al di là del mare fosse così difficile e spietata.
Comincia a mancargli la luce sui tetti, gli strilli dei ragazzini nei vicoli, persino quei rompiscatole dei suoi fratelli. E il colore del mare, azzurro e scintillante, così diverso dalle profondità cupe in cui si sta muovendo. Chiude gli occhi, non ha più voglia di sentire, di guardare, cade in un sonno leggero.
Si sveglia stordito. Una donna gli sta accarezzando i capelli, é seduta sulla sabbia, gli tiene in grembo la testa. Occhi nerissimi e capelli fino alla vita, alghe e anemoni di mare le adornano la chioma. È sua madre, Fawzi lo sa. Fissa le luci dorate nei suoi occhi. La donna comincia a parlare, le dita ingioiellate sfiorano il suo viso come ad assorbire ogni dettaglio, una pace intensa avvolge il piccolo cuore congelato.
Gli parla di quando è stata uccisa, gettata in mare con una pietra al collo la notte che lui è nato, Chi è stato!, ma Fawzi lo sa già, lei sorride, Non era lui tuo padre, accarezza il petto del bambino, prende in mano l’amuleto, gli dice che è un dente di squalo, apparteneva all’uomo che amava.
Fawzi rivede di colpo i denti bianchi del pescatore che gli regalava i pescetti sulla spiaggia, sente la sua voce, Bravo Fawzi, nuoti come una piccola  acciuga!, rideva orgoglioso e lui si sentiva speciale. La madre dice che lo rivedrà, il mare si mangerà anche la sua vita, un giorno dovrà pagare il prezzo di tutti i pesci che gli ha lasciato prendere nelle reti.
Ora deve continuare il viaggio, il suo posto non è lì. Gli prende il viso tra le mani, lo bacia sugli occhi e sulla bocca, sul naso, sulle guance e l’allontana da sé, una spinta leggera. La valva enorme d’una conchiglia si chiude delicata su di lei, un turbine di sabbia la ricopre.
Fawzi si lascia portare dalle correnti, chiude gli occhi, ascolta soltanto, dimensioni sconosciute, oscillanti, ovattate, sente sulla pelle gli sbalzi di temperatura quando supera gli strati. Viaggia. L’incontro con la madre ha fugato ogni paura, la solitudine che l’ha sempre accompagnato è scomparsa.
S’accorge d’essere fermo, apre gli occhi. Si trova in una radura immersa in una luce dai riflessi madreperlacei, un gruppo di uomini sono seduti in cerchio sulla sabbia come se al centro ci fosse un fuoco. Uno di loro è in piedi nel mezzo.
Canta di un padre che non riusciva a sfamare la famiglia e che un giorno era partito a cercare un lavoro. A nuoto. Gli altri battono le mani a tempo, dalle loro gole esce una musica, l’uomo balla. Si siede solo quando è sfinito. Allora un altro uomo si fa avanti fino al centro del cerchio.
Ragazzi ingenui e uomini dal cuore di bambino narrano la stessa fiaba, la Grande Illusione annegata in quella strisciolina di mare così sottile. Tutti avevano guardato le luci dell’altra sponda e allungato le mani per toccarle, così vicine che avevano creduto di potercela fare con la forza del sogno e della disperazione. Tutti nuotavano come piccole acciughe.
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(un pò + di 60 in questa pagina!)

LUCIFERO

Esce tardi, profumo di dopobarba, occhi gonfi. Accende una sigaretta, comincia a camminare. Sul ponte incrocia una ragazza, tre mostrini vociferano intorno, E tu! Non ridere!, sbotta burbera, lui si gira, ah ecco, diceva al cane. Il sole tramonta dietro al Monumentale, l’uomo attraversa. Aspetta il tram. Con passo ozioso raggiunge il palo arancio degli orari. LUCIFERO CULO. Attraversa il vetro in diagonale. Solito pennarello nero. Sorride, segna sul notes. Da anni vede quelle scritte ovunque, dentro le stazioni della metro, alle fermate degli autobus. Vicino alle chiese: FRATI CULI. Sempre la stessa calligrafia piccola in stampatello, la u che sembra v. Il primo rilevamento a Cadorna sullo scivolo tra due scale mobili, LUCIFERO PIRLA, poi a Pasteur sulla pianta topografica, LUCIFERO BESTIA. Cercarle è diventata una fissa, darebbe un mese di pensione per sorprenderlo, veder la faccia. Come lui attraversa Milano instancabile. Costante. Ce l’ha col clero e col culo. Forse pecca e poi si pente. Comunica. Anche l’uomo ha cominciato a viaggiare, ha scoperto la curiosità. Una vita intrappolato nel circuito casa-lavoro-spesa. Finita. Mangia quando ha fame, dorme quando è stanco, quando diventa matto esce. Monta su un mezzo, vagabonda. Troppo pigro per passeggiate. Contempla. Girandola di volti che salgono e scendono, sciure con le borsette sulle ginocchia, fiumane di studenti urlanti, orchestrine zingare, amiche del sabato, mamme, bambini, amanti, gente che lavora, gente di tutte le razze. Assorbe frammenti di vite altrui, osserva, ascolta, immagina. Come al cine. Arriva sferragliando il 29, s’accomoda sulla panca di legno del salotto itinerante. Lucifero lo fa correre troppo, si sta consumando. Stasera riposo, tregua. Cullato da lingue che non conosce e suonerie di cellulari arriva al capolinea e ritorna più volte. Sbadiglia, poco movimento, è domenica. Come se l’avesse punto una vespa di colpo scende. s’avvia verso la metro, passa le sbarre, scende ancora. Occhi vigili setacciano ogni superficie, eccolo! Sul distributore della Coca: LUCIFERO PORCO, lo sentiva. Gli batte il cuore, prende nota, ieri non c’era. Monta sul treno in arrivo. Scende a ogni fermata fino a Lambrate, esplora i sotterranei. Risale, cambia direzione, incrocia le altre linee. È vicino, lo sente. La febbre della caccia avanza con la notte. Finché quasi gli viene un infarto, s’impone di risalire in superficie, basta. Aspetterà un tram che lo porti a casa, sta davvero esagerando. Guarda se è rimasto un City da leggere al ritorno. Vai! LUCIFERO CULO INFAME BARBONE. All’interno del contenitore vuoto. Inchiostro fresco. Corre fuori come un pazzo tenendosi il cuore. Un barbone steso sui gradini del Piccolo Teatro. Turisti intorno all’Edicola. Un controllore dell’ATM e un pachistano col mazzo di rose rosse alla fermata dei tram. Li studia ansimante. Torna a scendere. Nessuno. Risale. Di sotto, nella cabina delle foto scatta il flash 4 volte, due piedi si muovono, la mano apre la tendina. Domani il nostro uomo scriverà sul notes: LUCIFERO LATRINA. Sgabello regolabile. Cabina foto. Lanza. Ora aspetta il 3 stravolto. Siede sotto la pensilina accanto a una suora, s’asciuga il sudore. Le sbircia le dita, se sono sporche d’inchiostro. È deluso, come ogni buon cacciatore sente l’odore della preda, stava per beccarlo. Eppure sa in cuor suo che non vuole che succeda. Si consola pensando che potrà cercarlo ancora. Per non trovarlo.

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di toni fachini

INTERVISTE:

QUESTA INTERVISTA-RECENSIONE È APPARSA SU “STILOS” del 25 ottobre-7 novembre.

“STILOS” È UN QUINDICINALE DI LIBRI A DIFFUSIONE NAZIONALE ( che dovrebbe essere) PRESENTE IN TUTTE LE EDICOLE .

Toni Fachini “La virgola nell’orologio”, Effigie, euro12,00, pag.115

Scheda libro : “Altri libertini” della nostra epoca, dopo aver rimosso i furori ideologici e i cascami intellettualistici che contraddistinguevano la vita dei loro fratelli maggiori negli anni ’70, i protagonisti di questo La virgola nell’orologio ( titolo la cui eziologia scatologica costituirà certo una sorpresa per ogni lettore ) ricamano un disegno fedele di quel disagio esistenziale che, pur essendo caratteristica consustanziale all’universo giovanile, oggi pare conoscere una sua specie di epocale ‘punto di non ritorno’. I 15 racconti che compongono questo libro, scritti da una outsider che sa usare magistralmente ed originalmente lingua e storie, colpiscono per la descrizione di questa disperazione generazionale, attraversata da improvvisi lampi di gioia pura, indecifrabile ed ostile ad ogni semplificazione socio-psicologica. Toni Fachini si addentra in questa effimera instabilità di tante esistenze, nella precarietà perenne degli affetti e degli incontri, in cui lo ‘sregolamento di tutti i sensi’ pare solo labile rimedio che non sa scongiurare le radici di un inestirpabile mal du vivre .

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RECENSIONE INTERVISTA: Prima è stata una firma illustre ed autorevole della critica italiana quale Carla Benedetti ad esprimere, dalle colonne dell’Espresso, un’ammirazione ai limiti dell’encomio solenne, scrivendo:” Raramente ho trovato in una scrittrice italiana un modo di narrare così vivo, incisivo, aderente alla vita in tutti i suoi momenti”; poi risultati di un sondaggio radiofonico, intitolato ‘My favourite book’,e promosso da una delle poche trasmissioni che non offendono la dignità intellettuale di chi ascolta, cioè Fahrenheit su RadioTre, che hanno inserito questo libro nella cinquina dei testi più amati e letti dal pubblico raffinato e colto di questa trasmissione pomeridiana. Scontata quindi la curiosità verso l’ opera e l’autrice di questo “La virgola nell’orologio”. Purtroppo, sul versante biografico, le striminzite note in terza di copertina soddisfano ben poco: “Toni Fachini(1958), d’origine basco-friulana , dopo un’esistenza spericolata, vive a Milano”.Ed allora non resta che darsi alla lettura di questi 15 racconti che giustificano appieno le ragioni sia della critica highbrow che quelle, più lowbrow, del pubblico radiofonico: infatti, sin dalle primissime pagine, il racconto di queste esistenze caotiche e disordinate, febbrili e maledette, sempre in bilico tra depressione e vitalismo, tra solitudine e sensualità, cattura l’attenzione del lettore in virtù di una narrazione in presa diretta, in cui l’accensione picaresca e giocosa lascia spesso la scena ad una specie di voluptas dolendi, che colpisce tutti gli attori di questa folgorante recita della giovinezza e della disperazione. La Fachini sa districarsi agevolmente dalle strette della confessione ‘ombelicale’ e narcisistica, dilatando la materia del narrato fino a miniaturizzare un’autobiografia generazionale, senza titillamenti pseudogiovanilistici o sociologismi d’accatto, ma descrivendoci chi sono e come vivono questi “Altri libertini” dei tempi nostri. Sembrano racconti narrati davanti ad un tavolo da pub, tra deliri alcolici e disperazioni immedicabili, in cui la sorgiva vena affabulatoria è continuamente eccitata da un gusto irridente e contagioso per l’effetto a sorpresa, per l’invenzione che deve épater le bourgeois, per l’iperbole vitalistica, che pare scongiurare quella china malinconica e quel tedio esistenziale da cui tutti gli attori di questa scena in perenne movimento paiono minacciati . Ci vorrebbero le matite di Pazienza per tratteggiare la gaudente débauche di questo gruppo di personaggi oscillanti tra follia, miseria e genialità, alla perpetua ricerca delle situazioni più bizzarre e buffe, sempre ad un passo dalla disperazione e dalla sofferenza più cocente. Una sorta di Festa mobile perpetua, vissuta in una Madrid stralunata e periferica oppure fra le lande di un Friuli in cui la centralità arcaica del ‘foghèr’ pare minacciata, ma non sconfitta, dalla proliferazione dell’anonimità dei non-luoghi, una Festa popolata da un coro ebbro di cani, fratelli, amici, familiari, bevute, sesso. Gioia e disperazione si alternano nel passaggio di una riga, in un frenetico passaggio di personaggi e vicende, che spesso riescono strappare il sorriso e/o la lacrima.: “lo voglio questo dolore, m’aiuta a spurgare l’amarezza che m’opprime” e poi ” stiamo già ridendo, siamo fatti così, solo la capacità di parlare e ridere di tutto ciò ci ha salvati dal disastro”. È curioso poi notare come gli scapigliati antieroi di queste pagine trovino proprio nella famiglia e nella casa parentale (” un porto franco dove poteva accadere qualunque cosa”) l’unico approdo possibile in tanto nomadismo d’affetti e luoghi: domina, da questo punto di vista, quello che pare l’origine di questo mal du vivre, ovverosia la figura di un padre la cui fragilità emotiva è ingigantita dal narcisismo esibizionista e dall’incapacità di offrire autorevolezza o modelli in positivo.

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Toni Fachini a Fahrenheit : 02/08/2005 ‘FAHRENHEIT’ ascolta

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